Lezione del 5 febbraio: La fine del potere temporale.

Domani Don Ivano ci intratterrà su un argomento piuttosto interessante: La fine del potere temporale dei Papi.

La lezione, che doveva ricordare il 150° anniversario della “presa di Roma”, fa parte di quelle che erano state programmate per l’Anno Accademico 2019-2020 e che non sono state effettuate a causa del lockdown. Ora potremo seguire la lezione via internet e, come è solito fare, don Ivano ci invia preventivamente il testo, frutto delle sue ricerche. Chi desidera scaricarlo clicchi sul link qua sotto.

Appendice a questa lezione inviata da don Ivano:

APPENDICE: davvero necessario lo Stato Pontificio per l’azione spirituale della Chiesa?

Una delle questioni più dibattute a proposito del potere temporale dei Papi e conseguentemente della sua caduta o dissoluzione, riguarda la stretta connessione fra il potere temporale e quello spirituale, che nel corso dei secoli diventa una forte tentazione nella Chiesa soprattutto a partire da chi ne ha concretamente la gestione.

Già nel Medioevo è radicata la questione che riguarda le cosiddette “due spade”: si fa riferimento al testo evangelico di Luca 22,35-38

Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».

L’interpretazione medievale sottolineava che i discepoli erano in possesso delle due spade, che simbolicamente rappresentano i due poteri, quello civile e quello religioso. Dunque l’autorità religiosa è in possesso di entrambi, ma delega quella civile alla potestà civile, pronta a sottrargliela, quando questa degenera. Naturalmente a insindacabile giudizio del potere cosiddetto “spirituale”. Alcuni Papi non fanno mistero di prendere alla lettera questa interpretazione e quindi di gestire così la propria supremazia, anche politica, sia quando l’Impero appare debole, perché non ha figure con particolare autorità (si pensi all’epoca di Innocenzo III che ha sotto la sua tutela il futuro Federico II ancora minorenne), sia quando l’Impero pensa di interferire in presenza della debolezza della Chiesa e dei suoi Papi. Altrettanto pensa e di conseguenza agisce Bonifacio VIII, che trova ad ostacolarlo la Francia di Filippo il Bello. Quanto non riesce nell’autunno del Medioevo, indubbiamente al tramonto proprio con il Giubileo del 1300, viene ripreso successivamente, dopo un secolo traumatico per la Cattività avignonese e per lo Scisma d’Occidente, con il Papa divenuto ormai un Signore sui suoi territori. Almeno lì “le due spade” sono strettamente in mano e usate dal Pontefice, che così diventa progressivamente e stabilmente il cosiddetto Papa-Re.

Che egli sia capo di uno Stato nessuno glielo contesta, ma che egli ritenga indispensabile questo esercizio di potere anche per la sua funzione di Capo della Chiesa cattolica nell’ambito religioso, questo diventerà col tempo più una palla al piede, che non un vero sostegno a questa sua missione.

Nell’Ottocento i nodi vengono al pettine e con Pio IX la convinzione si radica in affermazioni che vorrebbero puntellare questo sistema. Dalle affermazioni espresse con le lettere encicliche si passa poi a qualcosa di più solenne e definitivo addirittura con l’infallibilità pontifica, espressa nel Concilio Vaticano I, anche se tale affermazione non si spinge cero nel sostenere che per essere un Papa infallibile e inattaccabile, sia necessario godere di un potere territoriale di supporto. Anzi, proprio questo viene a sgretolarsi definitivamente, comportando anche la chiusura, di fatto, del Concilio. Prima di arrivare a questo Pio IX difende fino all’ultimo ogni pur minima provincia del suo Stato, mentre, prima ancora del colpo finale del 1870, questo stesso Stato si sgretola. Già questo afftto avrebbe potuto e dovuto far riflettere sul fatto che pur difendendo uno spazio di totale autonomia politica rispetto ad un altro Stato, per arrivare a tanto non occorreva difendere una proprietà territoriale, come quella che il Papa aveva ereditato da una storia secolare.

Nel bel mezzo della II guerra d’indipendenza, il 18 giugno 1859, scrive la lettera enciclica Qui nuper, con cui dice di sentirsi mancare la terra sotto i piedi, in quanto alcune province dello Stato sono coinvolte dai moti rivoluzionari e di fatto sono sottratti alla potestà pontificia, come del resto succederà proprio nei mesi successivi. En passant, sostiene con forza “essere necessario a questa Santa Sede il principato civile, perché senza alcun impedimento possa esercitare, nell’interesse della Religione, la sua sacra potestà”. Ovviamente, non solo dal Piemonte “liberale” di Cavour, si rimarcava la necessità di una libera Chiesa in libero Stato, secondo la ben nota formula, che veniva interpretata dalle intransigenze di ambo le parti come una visione antireligiosa e in particolare anticattolica. Su questa contrapposizione nascevano le incomprensioni …

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Ecco qualche battuta di questa breve enciclica:

Quel moto di sedizione testé scoppiato in Italia contro i legittimi Principi, anche nei paesi confinanti con i Domini Pontifici, invase pure, come una fiamma d’incendio, alcune delle Nostre Province; le quali, mosse da quel funesto esempio e spinte da eccitamenti esterni, si sottrassero alla Nostra paterna autorità, cercando anzi, con lo sforzo di pochi, di sottoporsi a quel Governo italiano che in questi ultimi anni fu avverso alla Chiesa, ai legittimi suoi diritti ed ai sacri Ministri. Ora, mentre Noi riproviamo e lamentiamo questi atti di ribellione con i quali una sola parte del popolo, in quelle province così ingiustamente disturbate, risponde alle Nostre paterne cure e sollecitudini, e mentre apertamente dichiariamo essere necessario a questa Santa Sede il principato civile, perché senza alcun impedimento possa esercitare, nell’interesse della Religione, la sua sacra potestà (principato civile che i perversissimi nemici della Chiesa di Cristo si sforzano di strapparle), a Voi, Venerabili Fratelli, in così gran turbine di avvenimenti indirizziamo la presente lettera per dare qualche sollievo al Nostro dolore. …

Del resto, Noi dichiariamo apertamente che, vestiti della virtù che discende dall’alto e che Dio, supplicato dalle preghiere dei fedeli, concederà alla Nostra pochezza, soffriremo qualunque pericolo e qualunque dolore piuttosto che abbandonare in qualche parte il Nostro dovere apostolico e permettere qualsiasi cosa contraria alla santità del giuramento con cui Ci siamo legati quando, per volontà di Dio, salimmo, benché immeritevoli, a questa suprema Sede del Principe degli Apostoli, rocca e baluardo della Fede Cattolica.

Analizzando questa enciclica e questa visione dei poteri Tomassini dice con estrema chiarezza:

Un terzo elemento che sembra emergere dalla lettura dell’enciclica è proprio nella “rocca e baluardo della fede cattolica”, che Pio IX attribuisce alla Santa Sede, identificata non semplicemente con la sede di Pietro, bensì con lo Stato Pontificio nella sua integrità. E qui c’era sicuramente un altro ragionamento che da tempo animava la riflessione di Papa Mastai: la lotta che si faceva contro la Stato Pontificio non era solo contro il potere temporale della Chiesa, era contro la Chiesa cattolica in quanto tale. Un ragionamento che Pio IX riprese in maniera esplicita due giorni dopo, nell’allocuzione che fece nel concistoro segreto del 20 giugno … “Adunque gli infestissimi nemici del temporale dominio della Chiesa romana perciò si adoperano d’invadere, d’indebolire e distruggere il civil principato di lei, acquistato per divina provvidenza, con ogni più giusto ed inconcusso diritto, e confermato dal continuato possesso di tanti secoli, e riconosciuto e difeso dal comun consenso dei popoli e dei principi, eziandio acattolici, qual sacro e inviolabile patrimonio del Principe degli apostoli, affinché, spogliata che sia la romana Chiesa del suo patrimonio, possano essi deprimere ed abbattere la dignità e la maestà della Sede apostolica e del Romano Pontefice, e più liberamente danneggiare e far aspra guerra alla santissima religione,e questa religione medesima, se fosse possibile, atterrare del tutto”. (TOMASSINI, p. 263-4)

L’autore di questo giudizio storico comunque giustifica almeno in parte Pio IX:

Bisogna dire che Pio IX, nel dare questa interpretazione egli eventi che sembravano incombere su di lui, qualche giustificazione l’aveva.

E qui a sostegno portava la religiosità laica di Mazzini, la legislazione laicista del Piemonte cavouriano, e la Massoneria stessa del Piemonte, i cui affiliati poi diventavano i capi delegazione piemontesi nei territori sottratti al Patrimonio di S. Pietro.

Il capo della Chiesa cattolica, insomma, qualche motivo per ritenere che i suoi nemici attaccassero il potere spirituale insieme con il temporale, qualche plausibile motivo lo aveva. Lui sì: restava un errore di prospettiva, ma si spiegava e lo spiega egregiamente, infatti, padre Giacomo Martina, nella sua biografia di Pio IX: “Il motivo più profondo dell’opposizione di Pio IX al processo risorgimentale – che non si riduceva ad un nuovo assetto territoriale della penisola, ma tendeva alla creazione di una nuova forma di Stato, fondata sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza differenza di culto, sul superamento degli antichi privilegi della Chiesa, della libertà di stampa, di culto e di propaganda, per indicarne solo i tratti essenziali – nasceva però dalla fine di quella posizione speciale di cui aveva goduto fino allora la Chiesa, e che, nella classica ecclesiologia posttridentina, appariva come una condizione quasi inderogabile per il compimento della sua missione salvifica. In altre parole, poco sensibile alla dimensione storica che implica un adattamento della Chiesa alle mutevoli strutture della società, Pio IX temeva sinceramente che il nuovo Stato laico mettesse a rischio la salvezza eterna di milioni di persone”.

(TOMASSINI, p. 265-6)

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