La dolce mamma con il suo tenero bimbo: Le Madonne di Raffaello. (Don Ivano)

MADONNA DI FOLIGNO (1511-1512 – Pinacoteca Vaticana)

PER LA MADONNA DEL PARCO 2020

INTRODUZIONE

La nostra immagine di Maria, quella che abbiamo cara perché ci è stata lasciata in consegna da chi ci ha preceduto qui, ci rivela una bella fisionomia di donna, che vuol mostrare e mettere in mano a noi il suo capolavoro. È una giovane mamma che non tiene per sé il suo bimbo, ma lo vuol proporre all’abbraccio nostro, cosicché, prendendolo nella sua tenerezza, abbiamo in mano anche noi colui che il Padre ha mandato come immagine del suo amore e che la Madre ci affida come frutto del suo grembo. Spesso Maria è ritratta nella sua fisionomia femminile piena di grazia, e quindi di una affascinante bellezza, ma anche di quella riservatezza che la fa essere tutta rivolta a Dio: noi abbiamo così l’Immacolata, quando dobbiamo considerare che, ricolma della grazia divina, in lei non appare ombra di peccato; ma abbiamo anche la Donna gloriosa, che salendo a Dio e lasciandosi assorbire dal mondo celeste, risulta sempre più nella luce dell’empireo. Poi si aggiungono altre immagini che colgono un aspetto della sua presenza e della sua azione in favore del popolo cristiano. Fra tutte sono più frequenti le immagini che la mostrano con Gesù an-cora Bambino, fornendo così ciò che maggiormente la qualifica e cioè la sua maternità, quella che noi riconosciamo in modo particolare quando il bambino ha bisogno dell’assistenza della mamma; essa, in genere, tiene in braccio o tiene per mano il suo piccolo, o lo sorveglia con lo sguardo attento e premuroso. Come ogni donna che vive la maternità, anche lei rimane per sempre la madre di Cristo e, per la nostra conformazione a Lui, è pure madre nostra. E così la si può vedere anche in altri momenti della vita di Gesù, come la vediamo spesso affacciarsi a questo mondo, che ella visita spesso con le sue apparizioni. Ma come in queste noi possiamo riconoscerla nel suo privilegiare i piccoli, che sceglie come i suoi interlocutori, non unici, ma certamente più frequenti, così noi la immaginiamo “mamma di Gesù”, soprattutto quando ce l’ha vicino a sé nei momenti della sua infanzia, anche senza pensarla nei giorni iniziali della sua esistenza terrena dentro il rifugio di fortuna trovato a Betlemme. Con questa sua fisionomia al popolo cristiano piace vederla, perché proprio così la sente come sua madre. Probabilmente per questo motivo i grandi artisti hanno frequentemente “dipinto” in tal modo la Madonna, certamente perché così la richiedevano i committenti, ma anche perché così piaceva a loro vederla e farla vedere, allo scopo di suscitare nei fedeli che la ammirano i sentimenti dei figli devoti che a lei ricorrono con la preghiera e l’affetto. Così la vediamo anche noi e così noi pure la vogliamo riconoscere presente nel nostro piccolo mondo.

LE MADONNE COL BAMBINO DI RAFFAELLO SANZIO

Ricorrendo il V centenario della morte di RAFFAELLO (6 aprile 1520), è bello ripercorrere il lavoro svolto da questo giovane artista, che nella sua breve carriera ha lasciato molte opere, affascinando tutti con le sue immagini. Naturalmente non mancano le opere a soggetto religioso, tenuto conto dell’ambiente che lui ha frequentato, quando è stata scoperta la sua arte. Soprattutto lascia meravigliati che egli abbia coltivato in modo particolare il soggetto della Madonna col Bambino, di cui si conoscono ben 45 esemplari, ciascuno diverso dall’altro. È un tema che certamente ha privilegiato in presenza di una richiesta da parte dei committenti; ma non è improbabile che lui pure sia affascinato dal soggetto, che lo porta a comporre figure mirabili, delicate, raffinate, davanti alle quali non solo si rimane incantati per la bellezza estetica, ma si può anche risvegliare quel sentimento religioso che porta a meditare e a pregare. Qui, più che uno studio artistico, è da privilegiare una lettura spirituale, che invogli ad animare la devozione verso la Madonna, icona della maternità divina ed umana. Chi si mette davanti a queste immagini di Raffaello – come ad altre del medesimo soggetto, come alla nostra immagine di Maria, che abbiamo familiare, vedendola così nel nostro presentarci a lei – deve sentir sorgere nell’animo il desiderio di elevarsi a lei, per riscoprire la sua maternità, per avvertirla e coltivarla, per mettersi in comunicazione filiale. Con questo percorso davanti ad alcune immagini del grande pittore urbinate possiamo essere facilitati nel nostro elevare il pensiero, l’affetto e, soprattutto, la preghiera a colei che sentiamo sempre come la nostra Madre, e la vediamo offrirci il Figlio. Proviamo allora a metterci davanti alla figura, bella e dolce, di Maria, che ci indica Gesù, ancora piccolo, a volte in braccio e a volte già sulle sue gambe per i primi passi. Pensiamo nel contempo alla nostra immagine di Maria, che ci vuol mettere tra le mani il suo e nostro Gesù. Cerchiamo di considerarla meglio, soffermandoci con più attenzione anche ai dettagli, da cui possiamo trarre le riflessioni e le preghiere che dicono il nostro attaccamento a lei. Potranno aiutarci in questo lavoro le ancor più belle immagini che ci ha lasciato RAFFAELLO: ognuna di esse ci può far trasparire un aspetto della divina maternità di Maria che noi vogliamo esaltare e richiamare come l’essenziale nella sua persona, nella sua vita, nella sua missione presso di noi, suoi figli.

NOTE INTRODUTTIVE SU RAFFAELLO

È opportuno premettere qualche breve nota biografica con particolare riferimento al suo lavoro circa i dipinti che hanno come soggetto la Vergine con il suo Bambino.

RAFFAELLO è nato ad Urbino il 6 aprile 1483 e si è formato alla scuola del padre, Giovanni Santi, lasciando nella casa paterna il suo primo lavoro che già rivela la genialità dell’artista. Dopo la morte del padre, diventa allievo di Perugino e lo si trova nelle città umbre, tra cui Città di Castello e Perugia, nelle quali dissemina le opere che già lo rendono famoso. Con questa fama approda a Firenze ed entra nel cenacolo di artisti, al tempo della repubblica, dopo la cacciata dei Medici e l’esperienza del Savonarola. Pure in questo periodo egli si rivela come ritrattista ed è cercato da varie famiglie, anche e soprattutto per soggetti religiosi che vedono primeggiare la Vergine con il Bambino. La fama, che lo rende ricercato un po’ ovunque, raggiunge anche Roma, dove papa Giulio II è alla ricerca di nomi famosi per l’abbellimento dei suoi palazzi e per i tanti progetti che lui ha nel rinnovare la città eterna. Qui vi rimane e lavora per le Stanze di Giulio II e per gli arazzi della Cappella Sistina, commissionati da Leone X, come pure per tante altre opere locali, anche nell’ambito dell’architettura.

Morì il 6 aprile 1520: era il venerdì santo. Aveva 37 anni. Secondo Vasari la morte sopraggiunse dopo quindici giorni di malattia, iniziatasi con una febbre “continua e acuta”, causata secondo il biografo da “eccessi amorosi”, e inutilmente curata con ripetuti salassi Nella camera ove egli morì era stata appesa, alcuni giorni prima della morte, la Trasfigurazione, la sua ultima opera, e la visione di quel capolavoro generò ancora più sconforto per la sua perdita. Scrisse Vasari a tal proposito: «La quale opera, nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava». La sua scomparsa fu salutata dal commosso cordoglio dell’intera corte pontificia. Il suo corpo fu sepolto nel Pantheon, come egli stesso aveva richiesto. 

Questi angioletti, un po’ birichini nella loro posa, compaiono nella celebre “Madonna Sistina”, e sembrano accennare con il loro sguardo al cielo, con particolare riferimento alla santa che viene raffigurata sopra, e cioè S. Barbara, considerata colei che introduce alla morte e invocata nelle ore estreme della vita. Possono diventare qui il richiamo al fatto che l’arte di Raffaello, davvero “divina”, eleva lo spirito alla ricerca di  colui che tutti chiama a sé.

L’artista ha sempre proposto immagini molto umane, desunte dalla terra, ma per innalzare tutti al mondo divino, che è l’aspirazione comune: rispecchiandoci in loro siamo anche noi attratti al mondo di Dio!

Raffaello_Madonna_col_Bambino_1498

MARIA CULLA IL SUO BAMBINO: MADONNA DI CASA SANTI

Questo affresco compare a Urbino nella casa in cui Raffaello è nato. Viene attribuita a lui quando era ancora quindicenne, anche se qualcuno nel passato la riteneva opera di suo padre. È una bella e raffinata immagine di donna, che mentre legge, culla il suo bambino, deposto sulle gambe e tenuto teneramente fra le mani. Il piccolo è addormentato e tiene la sua testa reclinata su un suo braccio, con la posa di chi sta beatamente riposando. La scena viene collocata in una specie di nicchia, come se Maria cercasse in casa un angolo riposto, così da avere un momento per leggere e nel contempo per dare riposo al piccolo, lontano dai frastuoni. Il profilo di Maria è di una particolare delicatezza e rivela una donna dalla posa signorile, resa ancor più evidente dalla grazia dei lineamenti e dall’acconciatura dei capelli, su cui si posa un velo trasparente. Sullo sfondo dei colori delle sue vesti prende risalto l’incarnato del bambino: proprio così, senza nessun abito, sembra quasi emergere dal grembo di Maria quella carne che appare così luminosa e diventa ancor più fonte di luminosità.

Si potrebbe pensare che proprio per la collocazione questo affresco descriva la maternità come fu vissuta e come fu avvertita dallo stesso autore (qualcuno ipotizza addirittura che, se è opera del padre, qui si avrebbe la descrizione del quadretto familiare di casa Santi e in tal caso il piccolo sarebbe lo stesso Raffaello).

È bello pensare che la maternità non stia solo nell’allattamento o nell’accudire al bambino: il nutrimento non può limitarsi al solo corpo. E qui Maria rivela di mettersi a disposizione di questo figlio da far crescere non per assicurargli da mangiare: nutrendosi lei della Parola, ella fa sì che questa stessa parola diventi “pane quotidiano”, che accompagna la sua crescita. Così lei è madre ben oltre la sola incombenza di allattare e la beatitudine che nel vangelo le sarà assicurata è quella di aver accolto la parola, di averla custodita, di averla comunicata. Così ella continua a svolgere la sua maternità anche su di noi ed è bello che “in casa Santi” si coltivi una simile devozione, capace di assicurare una cultura raffinata e una spiritualità corposa di cui si è avvalso il grande artista.

Tu, o Madre, sei la custode della Parola:

entrata nella mente e nel cuore, l’hai tenuta in grembo,

perché lì portasse il suo frutto,

sempre benedetto per la nostra terra inaridita.

Insegna anche a noi, tu che sei vera Maestra di vita,

come si custodisce la Parola, perché sia nutriente e sia feconda.

Insegna a noi quella riflessione profonda,

che fa rigirare continuamente la Parola nel cuore e nella vita,

perché diventi sempre più presente e operante in noi e tra noi.

Insegna a tutti i tuoi figli l’ascolto e la comunicazione,

che rivelano la bellezza di un dono ricevuto e compartecipato,

e proveniente dal cuore e dallo Spirito di Dio.

Essa viene a noi da Dio, passando dal tuo cuore di Madre

e noi l’accogliamo come te, con il cuore docile di figli devoti.

MARIA TIENE CON SE’ IL SUO PICCOLO: MADONNA DEL GRANDUCA

800px-Madona_del_gran_duque,_por_Rafael

Questa tavola è un dipinto di Raffaello datato 1504, quando l’artista era a Firenze, già riconosciuto per la sua bravura. Quest’opera è probabilmente una raffigurazione approntata per devoti della Madonna, la quale viene descritta come una bella signora, dallo sguardo dimesso, seppur molto dolce, nell’atto di voler mostrare il suo bambino, tenuto amorevolmente fra le mani. Viene comunemente definita “del Granduca”, perché questo dipinto godeva della simpatia del granduca di Toscana, Ferdinando III, il quale lo voleva con sé, anche quando fu costretto all’esilio negli anni di Napoleone. L’attribuzione a Raffaello non è messa in dubbio nonostante manchi un’ambientazione e lo sfondo sia oscuro, mentre i colori appaiono chiari e a forti tinte. La Madonna si presenta ai devoti, ostentando il suo Gesù, che invece sembra muoversi a cercare la mamma: ella lo porta in braccio, pur avendo il viso rivolto allo spettatore. La madre, tenendolo in braccio, lo presenta senza volerlo consegnare a chi ne sta ammirando la bellezza e l’armonia, lasciandosi conquistare da questa presenza che infonde serenità. C’è pur sempre negli sguardi un tocco di mestizia, come se mamma e bambino volessero richiamare il medesimo atteggiamento da parte di chi si rivolge loro proprio perché, se non sono affranti, prova-no comunque un certo languore.

La particolare connotazione di questa Madonna proposta con un viso dimesso fa pensare che i devoti abbiano essi stessi bisogno di ritrovare un particolare “timore” nel presentarsi al Signore: la donna – ma anche il bambino – sembra suggerire questo atteggiamento a chi li guarda e cerca in essi il timore di Dio. Esso non è affatto paura, bensì rispetto che si fa, da parte nostra, venerazione, nella consapevolezza di essere comunque raggiunti dalla grazia divina che qui, in que-sti personaggi, si rivela nella tenerezza. Così, messi davanti a questa bella imma-gine, noi, devoti, ci rispecchiamo nei personaggi, che, mediante il loro volto di-messo e lo sguardo umile, infondono una disposizione interiore fatta di abbando-no fiducioso, anche a trovarsi fra tante pene. L’umile serva del Signore, che porta il suo Gesù a farsi servo per noi, esprime l’invito rivolto a noi a farsi sempre più servi di Dio e servi degli uomini, abbassando gli sguardi per comporli alla bontà e alla amabilità.  

Umile serva del Signore sei tu, o Maria,

e lo hai riconosciuto davanti all’angelo che ti rivelava Madre di Dio:

anche se l’Altissimo in quel momento ti esaltava per grandi cose,

tu ti sei chinata al suo progetto e hai detto responsabilmente il tuo “sì”.

Noi ti riconosciamo grande per questa tua umiltà e per il tuo servizio,

e riconosciamo che per questa via noi pure diventiamo grandi,

sentendo crescere in noi lo Spirito di Gesù,

e vedendo crescere tra noi l’amore stesso di Dio.

Presentandoci tuo Figlio, serena e dimessa nello sguardo,

tu vuoi che noi puntiamo l’attenzione e la ricerca su di lui,

per comprendere che lì, in un bambino, nella sua povertà,

noi troviamo l’essenziale per vivere come Dio,

per essere uomini veri, saggi, forti e credibili.

MARIA INTRODUCE I PRIMI PASSI DI GESU’: MADONNA DEL BELVEDERE

L’opera è del 1506 ed è probabilmente eseguita per una famiglia fiorentina che chiede un quadro di devozione. Esso è anche decorativo, se non altro per il paesaggio che sta dietro il gruppo piramidale di Maria con il piccolo Gesù che si trastulla con il piccolo Giovanni. Il quadro è indubbiamente rasserenante sia per la posa dei personaggi, sia per il distendersi del paesaggio attorno e soprattutto dietro le spalle di Maria, dove appare lo sfumato azzurrognolo, già introdotto da Leonardo e divenuto ormai uno stilema diffuso. La stessa serenità di fondo viene suggerita anche dalle figure che posano con naturalezza in un clima di profonda serenità.

Maria è una giovane signora, il cui manto sta cadendo dalle spalle, mentre si china leggermente per tenere con le mani il suo Gesù, avviato a fare i suoi primi passi sul terreno. Più sicuro di sé appare il piccolo Giovanni che, discosto, sta inginocchiato, riconoscendo così la superiorità di colui che viene dopo, e presenta un esile bastone a forma di croce. E Gesù l’afferra, incedendo con il sostegno della madre e quasi incoraggiato da lei a muoversi e a raccogliere la consegna del suo precursore. La scena è di particolare tenerezza, perché sembra un gioco sereno e distensivo di bimbi, ancora ignari della vita. E tuttavia non manca pure qui una nota di mestizia, se non altro per lo sguardo un po’ malinconico della donna, che osserva la scena, puntando soprattutto sul Giovannino che fa la sua parte di gioco, senza neppur sapere quanto quel gioco poi sarà impegnativo.

L’accenno ad un leggero sorriso nel vedere i piccoli alle prese con i loro giochi infantili dispone chi è davanti a questa scena a intenerirsi e a lasciarsi coinvolgere come la madre. Essa nella sua posa dignitosa e materna invoglia a considerare i piccoli trastulli degli infanti come qualcosa di innocente, e nello stesso tempo come particolarmente simbolici di ciò che costituisce il loro futuro. Attorno alla croce, che ora è leggera ed è solo un oggetto da condividere nel gioco, i piccoli sono destinati a crescere e a veder crescere la medesima croce, che diverrà sempre più pesante. La scena suscita tenerezza e distende gli animi; ma nello stesso tempo non si può non avvertire anche il richiamo a considerare che, pur in un presente sereno, è sempre vicino il momento della prova, il momento in cui si deve passare a ciò che impegna sempre di più. Maria veglia e nel contempo con la sua malinconia ci prepara a questo …

Madre premurosa e vera educatrice alla vita,

mentre contempli tuo figlio che muove i primi passi sulla terra,

considera anche noi, quando cerchiamo la strada da seguire,

spesso sviati e incapaci di tenere la rotta,

spesso tentennanti e incapaci di decisioni forti,

spesso affaticati e incapaci di reggere nella via intrapresa.

Tu che vegli timorosa e nel contempo rassicurante,

pronta a sostenere il piccolo e a introdurlo nelle prove della vita,

sorreggi noi pure nel nostro percorso, per non deviare;

guidaci con mano ferma, perché le nostre scelte siano giuste;

incoraggia a perseverare, anche in presenza di ostacoli,

perché la nostra via sia, come per Gesù, quella regale della croce.

MARIA COCCOLA IL SUO GESU’: MADONNA DELLA SEGGIOLA

Il medesimo trio è presente in questa tavola molto famosa, che va datata tra il 1513 e il 1514. Qui però manca lo sfondo naturalistico e l’unico elemento di contorno è il bastone, elegantemente tornito in varie forme, che richiama una seggiola, su cui sta la madre, descritta in una posa e avvolta da vesti che la fanno essere una popolana, pur bella e seducente nel suo sguardo. Il copricapo rigato sulla testa, come lo scialle multicolore sulle spalle, la rendono una donna di popolo che teneramente abbraccia e tiene avvinto a sé il suo piccolo, tutto rannicchiato sul seno materno e con una manina messa sotto lo scialle. La testa della madre posa su quella del suo bambino, come se gli volesse far le coccole, mentre costui cerca di aderire totalmente alla madre, quasi un po’ intimorito dalla presenza di qualcuno che sta fuori del quadro. Madre e figlio sono, con gli occhi languidi, intenti a vedere chi li osserva, e sembrano unirsi sempre più a formare un corpo solo e un’anima sola, mentre dietro a loro compare, a guardarli, il piccolo Giovanni, riconoscibile dal suo bastone a forma di croce, che spunta dietro ad un braccio. In lui potrebbe rispecchiarsi il devoto che contempla il quadro nel raccoglimento della preghiera, suggerito dalle mani giunte del piccolo Battista.

La marcata componente popolare che è suggerita dall’abbigliamento di Maria e dalla disposizione dei personaggi descritti fa supporre che qui i devoti siano di un ambiente non nobile, ma neppure contrassegnato dalla miseria. Anche a frequentare case signorili e corti principesche, l’artista non ignora da dove proviene e dove si coltiva una religiosità più semplice, ma non per questo da disdegnare. Qui la maternità di Maria si fa più vicina a quella che possiamo trovare in casa con la tenerezza di una madre che avvince a sé il suo piccolo e lo rassicura con le coccole. Ciò che rispecchia l’amore semplice e genuino, vissuto in ogni casa, anche quella più semplice, ma non per questo povera, suggerisce la medesima naturalezza nel mettersi davanti all’immagine sacra. Riflettendo su questa bella immagine, ogni madre e ogni piccolo si possono configurare con Maria e il suo Gesù, trovandoli così molto vicini alla propria situazione.

Madre tenera, che avvinci a te il piccolo Gesù,

abbraccia anche noi nel tuo materno affetto,

perché possiamo trovare conforto, serenità e pace,

quando le prove e i pericoli incombono e le forze non reggono.

Nella tua delicatezza tu ci vuoi preservare dai pericoli,

e ti fai vicina, ai piccoli, ai deboli, ai sofferenti, per sostenerli;

ti chini sulle nostre fragilità, per darci forza e coraggio;

ti fai sentire con il battito del cuore, per consolarci.

Guardandoci con gli occhi materni che addolciscono ogni cosa,

tendendo le tua braccia, per stringerci a te,

fa’ che ci sentiamo sospinti a continuare il nostro cammino,

per nulla intimoriti dal male che ci assedia,

perché solo in te noi abbiamo speranza, fiducia, tenacia,

solo con te noi possiamo  tendere all’incontro con Dio,

e trovarci beati per l’eternità.

LE DONNE DELLA DEVOZIONE

A proposito della Madonna della seggiola c’è un racconto che dovrebbe spiegare l’occasione con cui è nato il dipinto. Si tratta di una narrazione fantasiosa e tuttavia sufficiente a far comprendere come attorno alle Madonne di Raffaello, davvero affascinanti, si sia creata un’aura fiabesca che fa ritenere incantevoli queste figure. La richiesta continua di immagini sacre con al centro la figura di Maria che porta con sé il piccolo Gesù permise all’artista di sbizzarrirsi su questo soggetto, senza mai ripetersi. Seppure abbia sempre descritto i medesimi personaggi, li sapeva poi ambientare in paesaggi diversi, li sapeva ritrarre in pose differenti, li sapeva descrivere con sentimenti particolari dalle più svariate sfumature. In tal modo Raffaello ci offre quanto egli poteva immaginare nella fisionomia di Maria Madre: tutte le varianti di una speciale maternità affiorano, rivelando in tal modo la ricchezza di un mistero davvero grande. L’artista non ha mai inteso propriamente descrivere eventi dell’infanzia di Gesù, ma rappresentarci momenti quotidiani che svelano comunque il vero spirito materno di questa donna, sempre elegante e signorile, anche quando i suoi tratti fisionomici possono sembrare popolani, perché gli elementi di contorno fanno pensare a questo. La quotidianità comunque serve a rendere vicina alla nostra umanità questa donna, che è davvero la piena di grazia e tuttavia sempre rivolta a noi. Così davanti ad essa troviamo esaltata la maternità divina e rappresentata quella umana e ci sentiamo coinvolti da questa bella maternità a cercare riflessioni che ci elevano a Dio e a trovare espressioni di preghiera che ci introducono nel mistero di Dio. Ecco il racconto popolare ed insieme la riflessione che ci introduce alla sublime arte di Raffaello nel comunicare a noi attraverso il mistero di Maria Madre, il grande mistero della grazia che ci eleva a Dio.

Non lontano da Firenze, in una foresta selvatica, un branco di lupi attaccò un eremita che lo attraversava. L’uomo fu costretto a mettersi in salvo arrampicandosi su un grosso albero, dal quale sarebbe caduto se poco dopo non fosse arrivata una coraggiosa ragazza, che mise in fuga il branco di lupi. La ragazza era molto bella, oltre che coraggiosa. Aveva capelli castani e occhi nocciola dentro un volto ovale chiaro come la porcellana, ed era figlia di un fabbricante di botti che abitava ai margini della foresta. L’eremita, messo in salvo dall’intervento della ragazza, predisse a lei e alla quercia, che pure aveva fatto la sua parte, una fama eterna. Qualche anno dopo, quando la ragazza aveva messo al mondo due bambini curati amorosamente, si fermò alla casa di suo padre, un pittore famoso, che, incantato dalla tenerezza con cui la madre teneva in braccio uno dei suoi bambini, fu colto dal desiderio inarrestabile di ritrarla in quella dolce intimità. Non aveva tele né tavole, e così prese il fondo di una delle botti di vino accatastate nell’aia, una botte ricavata proprio dalla quercia su cui il vecchio eremita aveva trovato rifugio dall’assalto dei lupi. Sotto gli occhi ammirati dei presenti, il pittore schizzò e dipinse la ragazza con i suoi bambini trasformandola in una Madonna con il piccolo Gesù e san Giovannino. La ragazza diventò la Madonna più famosa del mondo, e con lei diventarono immortali le assi della quercia, come il sant’uomo aveva preconizzato. Questa è la leggenda creata e sopravvissuta nei secoli intorno alla Madonna della seggiola di Raffaello, un dipinto del quale in realtà non sappiamo niente, poiché neppure Vasari lo menziona. Come tutte le leggende, tuttavia, anche quella riguardante la Madonna della seggiola coglie una realtà sostanziale del quadro: la spontaneità che emana e che sembra frutto di un gesto impulsivo, un ritratto dal vero di una madre che coccola il suo bambino. Il talento di Raffaello fu proprio quello di simulare i processi creativi con i quali migliorava la realtà adeguandola a un modello ideale, capace ogni volta di estrarne i contenuti formalmente ed emotivamente più significativi. Lo sforzo che faceva per correggere la realtà rendendola universale e ideale non traspare dall’opera e sembra frutto di un istinto naturale come per altri il canto intonato o la corsa veloce … La giovane donna che vi è rappresentata è seduta di profilo su una seggiola di cui vediamo perdersi nell’ombra un ricco schienale decorato con una frangia d’oro. Stringe tra le braccia un pesante bambino, tenendolo al petto con le mani strette tra loro. Per evitarne la caduta solleva il ginocchio sinistro coperto di un manto blu, creandogli un comodo appoggio per la schiena. L’abbraccio è reso ancora più intimo e tenero dal collo inclinato della donna, che senza distogliere lo sguardo malinconico dall’osservatore poggia la tempia sinistra sulla fronte del bambino, che a quel contatto si placa. Dietro il ginocchio sollevato, è dipinto un san Giovannino che unisce le mani in preghiera con un gesto imperfetto nella sua grazia infantile, teneramente goffa … La Madonna ha i capelli avvolti in una sciarpa chiara che segue l’inclinazione del collo, con un turbante “alla turchesca”, come si usava dire allora, che lascia scoperti sulla fronte i capelli che separano il lino chiaro intessuto d’oro della sciarpa dall’incarnato del volto giovane, velato dal rosa adolescenziale delle guance. I lineamenti delicati e lo sguardo composto della donna colpiscono l’osservatore. In pochi casi, infatti, le Madonne dipinte stabilivano un contatto con chi guarda. Generalmente erano chiuse nel dialogo psicologico che unisce la madre al figlio, un dialogo che appariva quasi sempre impenetrabile. La ragazza poggiata alla seggiola guarda invece con occhi dolcissimi l’osservatore, chiedendogli di condividere la malinconia e la tenerezza che le fanno stringere forte il bambino irrequieto, il cui sguardo è rivolto verso la sinistra del tondo.

(Antonio Forcellino, RAFFAELLO, Laterza p. 243-246)

PREGHIERA ALLA MADONNA DEL PARCO

in tempi di pandemia

Madre sorridente con il tuo Bimbo proteso verso di noi,

guarda teneramente alla nostra condizione odierna,

che ci vede impauriti e disorientati davanti ad un nemico invisibile,

e ci vede divisi ed incerti nel cercare e trovare misure adeguate al male;

considera la nostra debolezza di figli smarriti e delusi;

rafforza gli animi nostri, abbattuti da questo flagello che ci mortifica.

E, mettendoci tra le mani tuo Figlio, desideroso di stare fra noi,

riapri il nostro cuore alla speranza e alla ripresa fiduciosa;

facci comprendere che il futuro è davanti a noi

con l’immagine di Gesù e la presenza di tanti bambini,

che mettiamo in questo mondo, perché lo rinnovino continuamente,

come abbiamo fatto noi nel passato,

e come speriamo ancora di fare nel cammino che ci resta da vivere.

La tua presenza consolante e la tua maternità premurosa

ci incoraggino a vivere secondo lo Spirito in mezzo a tanto male,

assistendo chi è provato nella malattia,

sostenendo chi è sfiduciato e non ce la fa più,

aiutando tutti ad essere più uniti e fraterni nella lotta,

pregando insieme il Padre onnipotente per la mediazione del tuo Gesù,

affinché  ci ritroviamo liberi dal male e più forti nell’affrontarlo.

4 risposte a “La dolce mamma con il suo tenero bimbo: Le Madonne di Raffaello. (Don Ivano)”

  1. Grazie, don Ivano, che dalla presenza della Madonna del Parco, ci ha dato una indicazione e una spinta a sentire Maria, Madre di Gesù, vicino, accanto a noi. Tutto questo è accompagnato dalle considerazioni su alcuni quadri di Raffaello, nel ricordo del V centenario della morte.
    Grazie per la bellissima preghiera finale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *